martedì 8 aprile 2014

RIGUARDO ALL'OPEN SOURCE E AL SOFTWARE LIBERO

Stanotte pensavo a questa cosa. Stavo riflettendo sul fatto che, in effetti, pubblicare il proprio codice sorgente corrisponde a mostrare di essere sicuri di sé e di come si sia in grado di scrivere del buon codice, senza paura di essere "smascherato", di essere preso per incompetente.

Non dico che chi lo fa è necessariamente un guru o che chi si rifiuta è un improvvisato, dico solo che pubblicare il proprio codice aggiunge certamente valore al proprio essere professionista. La qualità dei nostri programmi sta nel sorgente, non nel suo comportamento a run-time (i programmatori sanno che si può scimmiottare qualcosa senza necessariamente scrivere codice di qualità).

D'altro canto, sono anche cosciente che ci saranno sempre altri professionisti che screditeranno il nostro codice per quanto esso possa essere scritto bene. È il rovescio della medaglia: no pain, no gain.

Quest'ultima cosa mi porta a pensare che un po' di ansia da prestazione sarà in una misura o in un'altra presente tanto negli "opensource-isti" che nei "freesoftware-isti", inducendoli ad un continuo miglioramento del proprio codice sotto ogni punto di vista (design, ottimizzazione, modularità, commento, ecc...).

Questa pressione sociale porterà dunque non soltanto ad un miglioramento del software preesistente ma anche ad un miglioramento dei programmatori stessi, destinati a divenire ottimi conoscitori delle metriche di qualità del software.

A mio parere, quindi, le messe in opera del free software e dell'open source generano, a dispetto delle loro distinte filosofie di fondo, una comune convergenza verso la generazione di ottimi programmatori.

sabato 29 marzo 2014

Il mio pensiero riguardo ai due giorni appena trascorsi all'evento "Blank Disrupt".


«ENG»

I am looking hard for the right sequence of words to describe these two days that just passed. I don't know if such words do exist, and, to be honest, I don't know if it could ever exist. But I am almost sure simply there isn't such a sequence, nor ever there will be.

The thing that the people (yes: just people, like me) called to talk during these two days about their life experiences and professional did was just to show that sequence is a concept poorly suited to circumscribe the disruptive idea concept, which is by nature at the base of the upheavals and turmoils of pre-established orders, i.e. the status quo.

I am therefore aware that my thoughts can not in any way convey the whirlwind of sensations I experienced through these days, made up of emotions, positive messages and awareness. Yet I can't; I simply cannot stop this natural need for externalization, this uncontrollable flow of kicking emotions that is disruptive itself and that (I'm sure) many of you - probably all - are feeling during these following hours.

People. People are the "beings" who have formed this event. They are the people who organized it, the people who presented it, the people who have lived it as a spectator. People. People who love what they do and who have the courage to do so. People who have in their to-do list the task "to improve the world" just after the task "to improve myself."

All of them, all of us, today and yesterday we had the opportunity to improve and help others to improve, to grow without gradients, without commanders nor "manager", with no sequences; just explosions and spontaneous movements of ideas, smart eyes, able hands of distinct people who gradually merged in total unawareness of being a single entity, a single fluid and explosive essence, like millions, billions of harmless salt water droplets gathered in a large, powerful and majestic wave: the wave of innovation, the wave of the development of a new consciousness of doing new things.

THIS is, in my opinion, what disruptive is. Only those who were there can understand.

«ITA»

Cerco e ricerco la giusta sequenza di parole per descrivere le due giornate appena trascorse. Non so se parole del genere esistano e, a dirla tutta, non so nemmeno se potrebbero mai esistere. Ma sono quasi certo che una siffatta sequenza semplicemente non c'è, né mai potrà esserci.

Ciò che hanno fatto le persone (sì: persone, come me) chiamate a testimoniarci durante questi due giorni le loro esperienze di vita e professionali è stato proprio mostrarci che la sequenza è un concetto poco adatto a circoscrivere la nozione di idea dirompente, che per sua natura è causa di sconvolgimenti e turbamenti degli ordini precostituiti, dello status quo.

Sono dunque cosciente che questo mio pensiero non può in alcun modo trasmettere il turbine di sensazioni da me provato in questi giorni, fatto di emozioni, di messaggi positivi e di presa di coscienza. Eppure non posso, non riesco a frenare questo naturale bisogno di esternazione, questo incontrollabile flusso di scalcianti emozioni che è in se stesso dirompente e che (sono certo) molti di voi - probabilmente tutti - stanno provando durante queste ore.

Persone. Sono persone gli "esseri" che hanno costituito questo evento. Sono persone chi lo ha organizzato, sono persone chi lo ha presentato, sono persone chi lo ha vissuto da spettatore. Persone. Persone che amano quello che fanno e che hanno il coraggio di farlo. Persone che hanno nella loro lista delle cose da fare il punto "migliorare il mondo" appena dopo il punto "migliorare me stesso".

Tutti loro, tutti noi, oggi e ieri abbiamo avuto la possibilità di migliorarci e aiutare gli altri a migliorarsi, a crescere senza dislivelli, senza comandanti e "manager", senza sequenze; solo esplosioni e movimenti spontanei di idee, di occhi intelligenti, di mani abili, di persone distinte che via via si sono fuse nella totale inconsapevolezza di essere un'unica entità, un'unica essenza fluida e dirompente, come milioni, miliardi di innocue gocce d'acqua marina radunate in una grande, potente e maestosa onda, quella dell'innovazione e dello sviluppo di una nuova coscienza del fare cose nuove.

QUESTO significa, nella mia concezione, dirompente (disruptive). Solo chi c'era può capire.

venerdì 7 marzo 2014

I'm now ready for a deep rebooting of myself

Sottotitolo:
come sto inventando dal niente il lavoro che volevo


Fase 1. Il risveglio del guerriero (di terracotta)

Quando ti svegli la mattina con un'idea fissa nel cervello non ci sono molte possibilità: o sei preoccupato per qualcosa, o hai un impegno importante, oppure devi andare in bagno. O semplicemente hai un'idea che ti frulla in testa da tempo.

Vorresti metterti lì a pianificarla e a progettarla, come già fatto con decine di altri progetti falliti o lasciati incompiuti, perché senti che l'idea stavolta è buona e realizzabile. Ma rimandi sempre per via del lavoro e di quegli ultimi esami-zavorra lasciati lì in sospeso all'università: sono solo tre materie, ma sembrano trenta.

Un giorno partecipi ad un convegno informatico sullo sviluppo di videogiochi, conoscendo tanta gente interessante e venendo a contatto con una realtà che nemmeno immaginavi. Ed è proprio lì: nella città dove vivi da più di dieci anni! In pratica, a casa tua!

Improvvisamente ti svegli e prendi coraggio: capisci che è il momento di uscire dal guscio della tua scrivania, che non sei solo e che altre persone creative come te sono là fuori pronte a incoraggiarti, consigliarti ed appoggiarti; qualcuno è anche pronto a darti una mano.

Fase 2. Il "pianificatore"

Torni a casa e raduni tutto quanto: le tue idee, i tuoi impegni, i tuoi appunti, le tue cose, i tuoi libri, le tue esperienze... tutto. Tutto quello che può tornarti utile per svoltare; o quantomeno per provarci.

L'obiettivo è certamente quello di realizzare il tuo progetto, ma comprendi quasi subito che occorre muoversi in modo intelligente per creare quante più opportunità alternative possibili col medesimo sforzo, per ridurre il rischio di bruciare tutto quanto: bisogna partire da un posizionamento professionale credibile.

Inizi ad attuare un tuo piano di marketing salvo renderti immediatamente conto che per arrivare dove vuoi tu hai bisogno di una strategia precisa che si muova dentro un insieme sistematico di regole attendibili e scientificamente organizzate, perché le cose da fare sono veramente, veramente tante.

Si cambia direzione e si parte a lavorare su espliciti algoritmi da eseguire su precise informazioni di supporto, a costruire un'architettura stabile e coesa. In definitiva, inizi a scriverti la "ricetta" da seguire per preparare e servire il tuo "piatto della credibilità professionale", basandoti su anni di navigazione in Rete ed interazione social, pensando fra te e te: «Beh, forse tutto quel tempo passato a cazzeggiare su Internet non è stato proprio inutile inutile...».

Fase 3. Lo scacchista

Mentre elabori il tuo sistema porti parallelamente avanti alcune interazioni sociali di (self-)marketing che hai già capito di poter iniziare a svolgere. Partecipi ad eventi, conosci gente, stringi le mani, parli delle tue idee e del tuo progetto. A tratti, tutta la preparazione di fondo ti sembra molto fredda, asettica, robotica, calcolata, in contrasto con il tuo lato umano. Ma in fin dei conti quale pianificazione non lo è? Ciò che importa, alla fine, è che sia il frutto dello schema ad essere vissuto con umanità e autenticità, senza stare troppo a condannarne l'origine schematica.

Ti senti come uno scacchista. Stai attento ad ogni minimo passo falso perché potresti giocarti la partita, controlli meticolosamente tutto il tuo operato auto-valutandoti e facendo tesoro degli errori, archiviandoli in modo organizzato per evitare di ripeterli.

Ancora prima di aver portato a termine l'elaborazione del tuo schema inizi a raccogliere i frutti di questa sua applicazione sperimentale. Proposte di collaborazione, nuove amicizie, nuove opportunità e innumerevoli consensi iniziano a fioccare uno dietro all'altro. Ti accorgi che, tutto sommato, stai facendo le cose bene. A un tratto, termini anche il tuo lavoro di sistematizzazione procedurale delle azioni di self-marketing e hai già conoscenze e un po' di posizionamento. Inizia la fase applicazione vera e propria.

Fase 4. La creazione di SP.OR.E.

Così si chiama il mio sistema (da adesso in poi userò la prima persona). Sta per SPread-ORiented Ecosystem, ecosistema orientato alla diffusione. Un nome che, di suo, dice tutto e dice niente. Meglio così, un po' di sano ermetismo non guasta.

Ecosistema: questa è la denominazione che ho preferito usare. SP.OR.E. è infatti un insieme eterogeneo di parti che cooperano assieme per garantire, a chi ne fa buon uso, un livello di notorietà professionale potenzialmente illimitato.

Il livello della qualità, però, non è sulle spalle di SP.OR.E. ma completamente a carico dell'utente. Se l'utente di SP.OR.E. usa bene l'ecosistema per farsi cattiva pubblicità, beh... otterrà un'ottima cattiva reputazione!


Il cuore operativo di SP.OR.E. risiede nell'SSC o Spreading System Cycle, il ciclo del sistema di diffusione. Riassumendolo a parole, il sistema definisce posizionamento di un individuo rispetto a un determinato pubblico come il riconoscimento da parte di quest'ultimo di sue ben precise abilità (skill). Affinché ciò avvenga, l'individuo deve realizzare delle attività legate alle skill di posizionamento (e.g. dovete produrre degli elaborati scritti se volete mostrare di saper scrivere o dei software se volete dimostrare di saper programmare), associando a queste una serie di azioni di diffusione svolte entro ben precisi contesti, chiamati anche host.

L'applicazione corretta ed oculata di SP.OR.E. unita ad un atteggiamento sobrio e professionale può veramente fare la differenza fra l'operare attraverso tale sistema e limitarsi ad operare d'istinto e in modo poco strutturato, specialmente in un momento storico in cui la connessione globale informativa, linguistica e dei trasporti determina l'unificazione dei mercati e dunque un livello di competizione senza precedenti nella storia dell'uomo. In questo preciso momento storico bisogna essere (tra) i primi entro una raggio geografico e linguistico il più ampio possibile: SP.OR.E. aiuta a raggiungere questo obiettivo in una maniera organizzata e strutturata.

Cosa c'è di nuovo in SP.OR.E.? Semplice: niente. Assolutamente niente. SP.OR.E. è nient'altro che il tentativo di riunire in modo organizzato e strutturato concetti già ben noti alla stragrande maggioranza delle persone. Non è un nuovo metodo ma una sistematizzazione dei vecchi metodi. È il frutto del bisogno di capire come muoversi senza dover ogni volta reinventare la ruota. È una ruota pronta all'uso. Tutto qui.

Fase 5. Il sistema di web-landmark professionali dentro SP.OR.E.

È il fiore all'occhiello di tutto l'ecosistema, il polmone di SP.OR.E. Si tratta di un sistema di risorse eterogenee cross-linked.
  • Eterogenee: sono destinate ad una modalità di utilizzo differente. Un social è diverso da un blog, che a sua volta è diverso da un sito vetrina, dai forum, ecc..., ma tutte quante vengono impiegate in modo corale e massivo per contribuire alla costruzione di una figura professionale, di un posizionamento.
  • Cross-linked: ciascuna di queste risorse (da me chiamate web-landmark o semplicemente landmark) contiene link ad ogni altra, creando così un sistema interconnesso di siti web ai quali fa capo quella che ho chiamato landing page, che funge da casa base per il sottoscritto e dove sono riportate le mie attività principali e le mie esperienze passate; è una sorta di curriculum vitae on-line ma completamente sotto il mio controllo di personalizzazione e inserimento di contenuti.
La vera chicca di questo sistema di web-landmark professionali è il curriculum vitae. Vi consiglio vivamente di visualizzarlo; non mi fraintendete: non è per megalomania che vi esorto a farlo. È che proprio non mi riesce di spiegare a parole quello che sono riuscito a fare. Per buttarla lì, ho praticamente fatto in modo che landing page e curriculum vitae fossero (quasi) la stessa cosa, per rafforzare la percezione di un brand professionale agli occhi del lettore. In altre parole, ho cercato di infondere nei lettori una sensazione di "intrusività" delle competenze attraverso la forma. Perché, si sa, la forma è quasi sempre l'anticamera della sostanza.

Fase 6. L'applicazione di SP.OR.E.

...ovvero la fase in cui mi trovo al momento in cui scrivo e che si riallaccia all'inventarmi dal niente il lavoro che volevo. Tutta questa impalcatura di web-landmark e questo sistema di diffusione multicanale da me messa su per posizionarmi professionalmente ha origine nella mia necessità di diffondere le mie qualità nella speranza di acquisire quanti più consensi possibili ai fini dell'ottenimento di finanziamenti per la realizzazione del sopra citato progetto.

Fino ad ora SP.OR.E. mi ha portato, ancora prima del suo completamento, ad allargare in modo incredibile il mio network di amici e contatti professionali, a tal punto da arrivare a conoscenza di un qualcosa che ignoravo totalmente: il programma di accelerazione imprenditoriale di Telecom denominato Working Capital, che offre proprio quest'anno un grant di avvio imprenditoriale dell'ammontare di 25.000€ ai 40 più promettenti progetti italiani negli ambiti internet, digital life, mobile evolution e green. Inutile dire che presenterò il mio progetto.

La nuova rete di conoscenze mi ha inoltre permesso di entrare: Niente male direi, per uno che fino a qualche mese fa era solo un fuori corso all'università, con solo tre materie che però sembrano trenta.

Con questo articolo decreto quindi ufficialmente l'inizio di questa mia avventura di invenzione del lavoro che mi piace. Che amo. Non so ancora se ci riuscirò ma sicuramente non sarà stata fatica sprecata qualora dovesse andarmi male. Di certo potrò dire di averci provato seriamente, di non aver scherzato. Male che va avrò fatto una nuova, straordinaria esperienza e conosciuto persone speciali.

P.S. - SP.OR.E. vi ha incuriositi e volete saperne di più? Contattatemi in privato per approfondire la questione.

giovedì 24 ottobre 2013

Cancellare voci create da "Apri con..." su LXDE

Qualche giorno fa mi è capitato di voler eseguire un file JAR (JAR sta per Java ARchive) dalla mia Lubuntu, che notoriamente fa uso dell'ambiente grafico LXDE. Per eseguire un tale file basterebbe eseguire da terminale il comando:

java -jar nomefile.jar

ma io desideravo eseguirlo direttamente dall'interfaccia grafica, attraverso l'usuale opzione "Apri con...".

Ogni volta che si seleziona un nuovo programma da "Apri con..." viene automaticamente aggiornata la lista di tali programmi nel menù contestuale (tasto destro del mouse sull'icona del file che si vuole aprire). L'immagine sottostante dovrebbe chiarire quanto appena descritto.


Il problema riscontrato, risolto e discusso in questo articolo riguarda la cancellazione di alcune o tutte le voci da tale lista. Infatti, a differenza della sorella maggiore Ubuntu, nella quale ritroviamo ambienti desktop più pesanti (ad esempio, GNOME) ma più completi dal punto di vista delle operazioni messe a disposizione dall'interfaccia utente, su Lubuntu, che è basata sul leggero LXDE, non disponiamo della stessa varietà, nonostante ad oggi siano stati fatti notevoli passi avanti in tal senso. Una delle attuali mancanze di LXDE consiste proprio nell'impossibilità di cancellare le suddette voci dal menù contestuale attraverso la sua interfaccia.

Soluzione

Come faccio solitamente di fronte a problemi del genere, ho provato a googlare pensando: «Se questo problema l'ho avuto io allora l'avrà certamente avuto qualcun altro prima di me.». Sorprendentemente, non ho trovato nulla al riguardo (ricordo che stiamo parlando di LXDE), anche se confesso di non aver esteso la ricerca a siti in lingue diverse dall'italiano.

Armato di pazienza ho provato a spulciare nella cartella .local qualche file che riguardasse i tipi MIME, trovando questo:

/home/fabio/.local/share/applications/mimeapps.list

Apertolo con il buon Leafpad, mi trovo davanti a questo codice:


Tombola. Mi è bastato decommentare la prima riga nella sezione [Added Associations] e quell'unica in [Default Applications] e... voilà. Come per incanto, pulizia è fatta.

giovedì 17 ottobre 2013

The Wardrobe. Sottotitolo: finalmente ci ho giocato.

Sì. Finalmente ho messo le mie mani su The Wardrobe (episodio 1), un'avventura grafica punta&clicca alla vecchia maniera (alla Monkey Island, Broken Sword, Tony Taugh, ecc...) tutta di marca italiana, partorita dalla mente avida ed instancabile di Francesco Liotta.



Antefatto

Due giovanissimi amici molto legati fra loro, Ronald e Skinny, un bel giorno decidono di fare un pic-nic. Alla fine del pasto, Ronald passa una prugna a Skinny, il quale però ne è terribilmente allergico.
Per sua sfortuna Skinny, scambiando la prugna offerta dall'amico per un acino d'uva, commette l'errore di ingoiarla. Da lì a poco sarà in preda allo shock anafilattico, che purtroppo lo condurrà alla morte. Ronald, atterrito nel vedere il suo caro amico a terra in preda alle convulsioni e poi riverso senza più segni di vita, preso dal panico e dalla paura decide di fuggire via a gambe levate.
A un tratto, una strana forza oscura solleva il corpo di Skinny, ormai senza vita, prosciugandolo di pelle, muscoli e organi interni, lasciandone lettaralmente le ossa e instillandogli una nuova fiammella di vita. Di colpo, Skinny si ritrova scaraventato nell'armadio (il guardaroba) dell'amico, dove vivrà (si fa per dire) per gli anni successivi vegliando su di lui.

La missione di Skinny

Per una misteriosa legge oltre l'umana comprensione, chi commette un omicidio, anche involontario, senza confessarlo a qualcuno per 5 anni è destinato alla perdizione eterna dell'anima. Skinny lo sa, e a tre giorni dal compimento dei 5 anni dalla sua morte decide che è arrivato il momento di parlare a Ronald per convincerlo a confessare il misfatto. Ma si presenta un problema inaspettato.

L'imprevisto e lo scopo di questo primo episodio

Il giorno stesso in cui decide di parlare all'amico, Skinny scopre che proprio in quello stesso giorno la famiglia di Ronald sta mettendo in atto un trasloco. Skinny si trova in difficoltà perché non può rischiare che il furgone della ditta dei traslochi vada via senza di lui, altrimenti non saprebbe più come rintracciare Ronald per poterlo liberare dalla maledizione! Lo scopo di Skinny in questo primo episodio di una serie che si preannuncia ricca di colpi di scena è dunque essenzialmente quello di raggiungere il furgone evitando di mostrarsi ai traslocatori. Per farlo dovrà risolvere enigmi e rompicapi tipici delle avventure del genere.

Recensione

Gameplay

Giocando con The Wardrobe ho avuto la reale sensazione di vivere la "tragedia" di Skinny insieme a lui; una tragedia che, attimo dopo attimo, si è tramuta nella mia personale tragedia, visto che gli enigmi non sono mai banali e l'ambiente è lasciato volutamente aperto alle esplorazioni, da qui rivelando una forte trasversalità che mette letteralmente tutto nelle tue mani, nettamente contrapposta alla classica verticalità dei giochi di questo genere, la quale ha invece lo scopo di guidare il giocatore tracciando un percorso ben definito fornendo un ventaglio ristretto di interazioni e possibilità; insomma, in The Wardrobe si ha la sensazione di essere veramente chiuso in trappola insieme a Skinny.

Come se non bastasse, la frustrazione è aumentata dalle continue vessazioni e battute sarcastiche che Skinny rivolge al giocatore, chiaramente l'alter ego di Francesco Liotta che si diverte a prendere in giro il povero player. Aldilà di questo, il gioco è superbamente ricco di un'ironia leggera ma trascendente, che sfocia di continuo nel sarcasmo e nel cinismo più smodato ma che, tuttavia, mi sento di poter concedere al buon Skinny, visti i suoi nobili e disinteressati intenti.

Musica ed effetti

Nonostante si tratti del primo lavoro videoludico di Francesco, il gioco si presenta musicalmente molto robusto e coerente con le differenti situazioni e ambientazioni di gioco, il tutto grazie al genio del compositore Mathew Solomon. Il brano introduttivo è da pelle d'oca e, insieme all'immagine di Skinny che si affaccia timidamente fuori dall'armadio, tradendo alla fin fine un carattere buono e tenero, predispone il giocatore proiettandolo con la mente dentro un mondo misterioso, occulto e, certamente, anche bizzarro, facendo tuttavia attenzione a non sfociare mai nel tenebroso (a ben vedere, visto che il tema è la morte, ritengo che questo risultato sia eccellente). Gli effetti sonori, elaborati veramente con grande cura dall'ottimo effettista Sam Turner, completano un quadro sonoro che, seppur essenziale, possiamo sicuramente definire di gran classe.

Grafica e animazioni

Il comparto grafico di The Wardrobe è una vera e propria chicca e frutto della fusione di differenti abilità. Al suo sviluppo si sono infatti alternatati tre grafici: il disegnatore Marco Sabia, l'illustratore Denny Minnone e il colorista Stefano Barilli. Ambientazioni e characters hanno subito diverse rielaborazioni e miglioramenti lungo il processo di sviluppo, perfezionandosi man mano che il gioco prendeva forma nella mente del suo ideatore, Francesco Liotta, che ha ideato il concept, diretto gli sviluppi del design e curato personalmente alcune animazioni.

Queste ultime, in particolare, rappresentano forse il tallone di Achille di una produzione quasi perfetta, non certo dal punto di vista della qualità quanto piuttosto per l'estrema (a mio avviso) esiguità delle stesse. Forse, un numero appena superiore di animazioni in background avrebbe regalato al già ottimo The Wardrobe una maggior dinamicità a livello visivo, col risultato di un maggior coinvolgimento in termini di esperienza di gioco; ma va bene così. Teniamo presente che questo primo episodio costituisce un banco di prova per Francesco; di conseguenza, il prodotto doveva essere perfettibile per definizione. E infatti lo è.

Conludendo

Insomma, a mio modo di vedere un titolo indie in piena regola, che rispolvera un genere classico con il dovuto rispetto ma senza il timore reverenziale di reinterpretarne i principi di base. Posso solo concludere facendo i miei complimenti a Liotta e consigliandolo vivamente a tutti gli amanti del genere, rimanendo in trepidante attesa del secondo capitolo di questa originalissima serie.

Ben fatto, Ciccio.

sabato 17 novembre 2012

Social searching concepts

Voglio condividere una semplice mappa mentale da me elaborata che spiega in lingua italiana alcuni concetti circa un nuovo modo (potremmo dire un "modo 2.0") di pensare ai processi di ricerca (e recupero) delle informazioni: la ricerca sociale.

Ho evitato di scrivere qui un articolo perché ho ritenuto più pratico organizzare i miei pensieri in questo modo. Se qualcuno vuole, può provare a mettere per iscritto in forma classica i contenuti della mappa, riportando il tutto nel proprio blog. Questo è il link alla mappa mentale.

Vi invito anche a condividere la mappa e, soprattutto, ad arricchirla con i vostri contenuti, modificandola con il programma di mind-mapping XMind.

Grazie.